Reflexiones 2.0 (Enterprise y Personales) de Marco Cimino

un momento de pausa entre la presión de cada día….

Archive for 2010

#yoconfieso, soy fan de la oficina 1180 de Barclays

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Algunas veces, hablando de reputación, olvidamos que la mejor manera de construir la reputación (on y offline) de una marca es a través de la experiencia de usuario en los ámbitos tradicionales de relación. El trato diario, el servicio ofrecido, el producto, la transparencia en la relación comercial constituyen los mecanismos para construir, actuando preventivamente, una relación solida y duradera con nuestros clientes.

Los medios sociales son una buena oportunidad para estrechar relaciones y «dar la otra mejilla» en caso de conflicto, pero como MUY bien comentaba mi amigo Mau, si somos capaces de interpretar correctamente la frase: “El X% de los usuarios de internet recomienda su marca favorita en las redes sociales”, no tendremos ningún problema en entender que previamente hay que convertir nuestros clientes en fans y que posiblemente hay que hacerlo en el terreno de batalla y no en las redes sociales.

Os apetece un cuento?

Irene (nunca es bonito revelar la edad de una mujer 🙂 ) es una chica lista, muy lista. Por eso, y por otras cosas, es la directora de la oficina 1180 de Barclays. Además acaba de llegar y necesita empezar a establecer lazos de confianza con sus clientes, ya que el negocio de la banca se sustenta mucho en la confianza y aún más si pensamos que Irene es la directora de una oficina de pueblo.

Marco es un empresario inquieto, activo, casi no para y (después de salud y felicidad para su familia) lo que desearía más es que los días tuvieran 84 horas. Acostumbrado a trabajar al límite entre el #bufbuf y el #turnodenoche, agradece enormemente cualquier acción orientada a hacerle ahorrar tiempo.

Marco acaba de salir de una experiencia negativa. Su banco, el de toda la vida, le había defraudado por no saber asumir el error de un empleado despistado. En ese caso la persona que no había sabido estar a la altura de la situación, el director de la oficina, era consciente de haber roto un vínculo basado en la confianza. Sólo era cuestión de tiempo.

Marco llegó a Barclays a través de internet. Estuvo analizando diferentes opciones para la subrogación de su hipoteca y hablando por teléfono durante unas cuantas semanas para evaluar diferentes posibilidades, con distintas entidades bancarias. De las tradicionales y las «modernas», comentando, recibiendo propuestas y asistiendo a webconferences para conocer más de cerca los productos.

Pero Barclays no. Barclays sabía que necesitaba darle una posibilidad a Irene. Ellos sabían que su mayor posibilidad estaba en las manos de quién sabe y puede construir una relación humana basada en la confianza. Y fue por esa razón que Irene contactó Marco por teléfono invitándole a pasar por la oficina.

Ese fue el primer encuentro de unos cuantos más, en el cual Irene se limitó a escuchar. Marco explicó sus necesidades, haciendo hincapié en lo que había fallado en la relación con su anterior banco, e Irene se limitó a tomar nota. Marco le acababa de dar las clave para construir una relación y fidelizarle:  transparencia, información, ahorro de tiempo. Una información valiosa, de primera mano, personalizada y mucho más detallada que la que le hubiese podido proporcionar el mejor CRM del mercado.

En las siguientes visitas, Irene ofreció el producto más adecuado a las necesidades de Marco, ofreciendo todo tipo de información previa, obligando Marco a leer la letra pequeña de los contratos, que a veces por falta de tiempo y por su carácter impulsivo quedaba en segundo término. En otras palabras, actuó como si fuera ella a tener que contratar el producto, aconsejando y en todo momento transmitiendo toda la información aunque el no se lo había pedido. A cambio de ese tiempo tan valioso para el, ella se ofreció para llevar a cabo todas las actividades que conlleva la apertura de una cuenta y el traspaso de toda la operativa de un banco a otro. Domiciliaciones de recibos, transferencias, planes de pensión, libretas de ahorro de los niños, pólizas. Todo estaba bajo control y todo iba a ser traspasado sin que Marco perdiera ni un solo minuto.

Y cuando las cosas no fueron exactamente como debían haber ido? Nadie es perfecto, Irene tampoco. Pero ella en todo momento remedió el error sin el menor perjuicio para Marco.

Ahora Marco ha solicitado el cierre de su antigua cuenta. Ya no la necesita. Ya se ha convertido en un fan de la oficina 1180 de Barclays. A Irene solo le queda el trabajo de seguir tratándolo con transparencia e intentando que pierda el menor tiempo posible en las gestiones del día a día. Irene es lista. muy lista! 🙂

Written by Marco Cimino

octubre 14, 2010 at 3:35 pm

Web 2.0, una moda o un’opportunità per le aziende? (terza parte)

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[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false]  (continua dalla seconda parte)

Dopo aver visto nei post precedenti di cosa tratta il web 2.0 e quali sono i meccanismi che regolano le principali reti sociali, arriva il momento di definire un piano di azione: abbiamo finalmente deciso di aprire la nostra azienda al mondo dei Social Media ed abbiamo bisogno di una strategia di avvicinamento.

Cominciamo dall’inizio:

1) definiamo gli obiettivi.

È assolutamente necessario sapere in partenza quali sono i nostri obiettivi; per molte ragioni. Senza obiettivi non sapremo mai se abbiamo raggiunto il nostro scopo 🙂 e quindi non potremmo mai giustificare alla direzione aziendale se il nostro lavoro è servito a qualcosa e se l’investimento fatto ha dato i risultati che ci aspettavamo. (tutti vorremmo conservare il nostro posto di lavoro, vero? 🙂 )

Gli obiettivi, inoltre, ci aiutano a non perdere di vista il punto di arrivo, evitando di disperderci nel cammino e di cambiare la nostra rotta in continuazione (causa principale di molti progetti iniziati e mai finiti). E, in ultima istanza, gli obiettivi ci permettono di valutare la correttezza della strategia disegnata, soprattutto se a medio / lungo termine, definendo dei punti di controllo intermedi.

Gli obiettivi possono essere quantitativi (voglio incrementare le mie vendite online un 5%) o qualitativi (voglio migliorare l’immagine della mia marca). Ovviamente, nel caso di obiettivi qualitativi, sarà molto utile determinare una serie di indicatori equivalenti che mi permettono di valutare i risultati del punto de vista objetivo. Nel caso del nostro esempio, migliorare l’immagine della marca (o l’esperienza dell’utente con il nostro prodotto) potrebbe essere “misurato” con un numero determinano di fans a Facebook, o in alternativa con una diminuzione delle chiamate al servizio post-vendita del 5% in 6 mesi.

Cerchiamo comunque di rimanere con i piedi per terra e di non porci degli obiettivi inverosimili. Soprattutto se siamo alla prima esperienza con i Social Media, ricordando la frase (con tranello) di un amico (grazie Mau): il 75% degli utenti raccomanda nelle reti sociali la loro marca preferita!

Grazie al social media abbiamo la possibilità che le persone raccomandino la nostra marca …. pero evidentemente il nostro lavoro è essere capaci di convertirci nella loro marca preferita… fuori dal Social Media.

2) Definiamo il nostro target.

Anche nei social media dobbiamo analizzare il nostro mercato e definire in nostro target. È assolutamente necessario disegnare una serie di azioni personalizzate in base agli obiettivi che ci siamo prefissati di raggiungere ed al pubblico al quale ci stiamo dirigendo.

Da qui saremo in grado di definire quali reti sociali sono per noi interessanti e studiare il tipo di azione che dovremmo innescare nelle reti sociali che finalmente sono state scelte.

Il target può essere geografico, demografico, oppure rispondere ad altri criteri e affinità, come per esempio la passione per la fotografia.

È importante analizzare a fondo non solo la tipologia di cliente (demografia, geografia), ma anche cercare di creare un profilo sociale (interessi, abitudini, amicizie) e finalmente un profilo socio-tecnografico (maniera di interagire con i social media).

Nel caso citato in precedenza (appassionati di fotografia) potremmo trovarci ad esempio di fronte a profilo di persone di età compresa tra i 20 e 50 anni, di entrambi i sessi pero prevalentemente maschile, formazione media e superiore, amante dei viaggi e dell’elettronica di consumo, capace di destinare un 10% dei suoi guadagni alla passione per la fotografia, con una certa predisposizione per la natura, che fa sport almeno una volta alla settimana.

Dal punto di vista socio-tecnografico, si tratta di persone che partecipano attivamente nelle reti sociali, condividono fotografie e tecniche per la realizzazione delle migliori foto, partecipano nei blog specializzati e solitamente hanno preferenza per una o più marche di prodotti fotografici.

3) Costruiamo la nostra identità digitale

Per costruire l’immagine della nostra marca sarà necessario preparare previamente la sua identità digitale. In questo caso terremo presente gli attributi della nostra marca, il target al quale ci dirigiamo, quali sono i nostri obiettivi e, finalmente, il posizionamento del nostro marchio nei canali offline per garantire la necessaria coerenza tra il mondo off ed online.

Un buon punto di partenza può essere un esercizio di posizionamento del nostro marchio.

Se non abbiamo fatto quest’esercizio per definire il nostro marchio nel mondo offline, probabilmente sia arrivato il momento di definirne gli attributi per consolidare la nostra posizione nella mente dei nostri clienti, che ricordiamo, deve essere:

  • Unica: per occupare una posizione nella mente delle persone, la nostra proposta deve essere solo una, deve avere un attributo
  • Rilevante: non vale un posizionamento qualsiasi, deve essere uno di cui importi veramente ai nostri clienti
  • Chiara: non possiamo confondere il consumatore. Più definito è, più facile sarà che possa occupare uno spazio preferenziale nella sua mente. In questo senso, parliamo di trovare il focus.
  • Distintiva: il posizionamento è quello che ci aiuta ad essere diversi dai nostri concorrenti, per questo deve essere diverso dal loro.

A questo punto avremo tutti gli elementi per poter definire gli attributi della nostra identità digitale:

  • Personalità (moderna, conservatrice, azzardata, ecc)
  • Linguaggio (formale, informale, disinibito, ecc)
  • Immagine (logo aziendale, personaggio inventato, impiegato, dirigente)
  • Contesto (esperto nei prodotti, supporto al cliente, ecc.)

per arrivare alla creazione della nostra immagine nel mondo delle reti sociali.

Nell’esempio fatto in precedenza, la nostra immagine potrebbe rispondere a un personaggio inventato (rappresentato da un avatar), amante dei viaggi e della fotografia, con una personalità moderna, un linguaggio informale ma corretto ed esperto del’arte della fotografia, con la vocazione di pubblicare informazione utile riguardante consigli e trucchi per migliorare la nostra tecnica. In questo caso la persona non parlerebbe in nome del nostro marchio, ma in qualche modo verrebbe a rappresentarlo nel mondo online.

In questo caso potremmo utilizzare i vantaggi della comunicazione persona a persona, anche se avremmo lo svantaggio di non rappresentare direttamente il nostro marchio.

Arrivati a questo punto ci resta solo la definizione delle azioni a livello di reti sociali ed il timing di esecuzione. Ma questi saranno gli argomenti del quarto (ed ultimo) post di questa miniserie dedicata ai social media.

(to be continued….)

Written by Marco Cimino

octubre 13, 2010 at 1:48 am

El mundo Groundswell

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[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false] Como comentábamos en la sesión del Monday Reading Club de ayer en Barcelona, es difícil añadir algo después de haber leído El mundo Groundswell.

La estructura del libro, la cantidad de ejemplos reales, y la facilidad de lectura (quizás la traducción al castellano no sea de lo más acertado) convierten esta obra en una lectura obligada para los que quieran entender los mecanismos de la web 2.0 y descubrir cómo aplicarlos a la empresa.

De la misma manera que el Manifiesto Cluetrain me emocionó por ser un condensado de la filosofía 2.0, este libro me apasiona porqué es capaz de convertir el dogma Cluetrain en algo tangible, real, aplicable a nuestro mundo con una metodología científica, mucho más cercana al entorno empresarial.

Con el Manifiesto nos acercamos al 2.0, aprendiendo las razones por las cuales el mundo, gracias a internet, debía cambiar. Con Groundswell aprendemos a adaptar nuestras empresas a estos cambios.

Organizado en tres partes, el libro comienza introduciendo al lector el los mecanismos que mueven las redes sociales y definiendo los distintos perfiles de personas que se mueven en internet según su grado de participación en los distintos medios.

La segunda parte ayuda a definir la estrategia de participación en base al perfil socio-tecnográfico de nuestro público objetivo y a los objetivos que nos queremos fijar, proporcionando una cantidad importante de ejemplos de empresas que llevaron a cabo su estrategia de participación en la red.

Y para acabar, la tercera parte nos acerca a los cambios que sufrirá el mercado y el impacto que producirán estos cambios en las empresas, dejándonos reflexionar sobre el hecho de que quizás la mejor forma de adoptar el Groundswell sea empezar desde dentro, desde nuestras proprias organizaciones, hacia fuera, hacia nuestros clientes; garantizando así que el proceso sea real, creíble y además que nuestra propria organización esté realmente preparada a «perder el control».

Un libro indispensable que curiosamente lanza un mensaje que puede asustar a más de uno (y más de dos 🙂 ). La forma de sobrevivir es perder el control de nuestros productos, dejando que sea el Groundswell que se ocupe de ellos… pero la historia no acaba aquí. to be continued…

Written by Marco Cimino

octubre 5, 2010 at 9:58 am

Web 2.0, una moda o una oportunidad para las empresas? (Parte 2)

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[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false] (continua desde la primera parte)

Por donde empezamos? Para diseñar una estrategia eficaz de participación en las redes sociales es necesario previamente conocer a los diferentes tipos de redes, qué características tienen las personas que las «habitan» y el uso principal que ne hacen. En base a estos factores deberemos decidir, por ejemplo, si la «población» de una determinada red o su utilización principal es incompatible con nuestro público  objetivo y a nuestros objetivos, y por lo tanto no es interesante para nuestra empresa.

En todo caso siempre partimos de la base  de que es aconsejable realizar una monitorizacion de nuestra marca a pesar de que finalmente vayamos a participar en alguna red social.

Seguramente todos vosotros ya conocerán las principales redes / plataformas que existen; hacemos igualmente un breve repaso de las principales:

Facebook

Creada por Mark Zuckemberg en 2004, es la red con más usuarios (en julio de 2010 ya habían más de 500 millones de personas registradas), y se encuentra disponible en 70 idiomas.

La personas en Facebook se organizan básicamente por «grupos de amigos», con el objetivo de compartir fotos, vídeos, mensajes y links a información de interés.

Es básicamente una red social «privada» (en el sentido de que las personas que participan lo hacen principalmente a título personal y en sus momentos de ocio), pero puede resultar interesante para promover una marca, crear y alimentar grupos de fans, organizar juegos y concursos, dar visibilidad a productos sobretodo destinados a consumidor final y permite generar un cierto»trafico» hacia páginas externas gracias al botón «compartir».

Creando una página oficial de una marca, es posible enviar mensajes a todos los fans, publicar aplicaciones, recoger información de uso para verificar la eficacia de las acciones realizadas. La posibilidad de seleccionar un target según ciertos criterios de segmentación (edad, sexo, ubicación geografica) ayuda a incrementar la eficacia de las acciones realizadas a través de Facebook.

El perfil de las personas que utilizan Facebook en Europa, según un estudio de O’Reilly Radar del mes de agosto de 2009, responde básicamente a personas entre 18 y 34 años (70%), mientras que el incremento del uso más importante se registra entre los 55-65 años (45-54 años +61%, 55-59 años +88%, 60-65 años +104%). La proporción entre sexos está equilibrada al 50%.

Twitter

Twitter es un servicio gratuito de microblogging che proporciona a los usuarios una pagina personal actualizable a través de mensajes de texto de 140 caracteres (inicialmente pensados para responder a la sencilla pregunta ¿qué estas haciendo?). La publicación de los mensajes se puede realizar directamente desde la página web, a través de SMS, con programas de mensajería instantánea, por mail o a través de diferentes aplicaciones (sobre todo para teléfonos móviles) que utilizan el API de Twitter.

Twitter nació en marzo de 2006 de la mano de la Obvious Corporation de San Francisco.

Las personas que utilizan Twitter se organizan en grupos con intereses comunes, intercambiando mensajes, información de interés, links a páginas y blogs, compartiendo información y creando vínculos que a veces siguen más allá de la propia red social para convertirse en eventos “físicos” con diferentes fines.

A modo de ejemplo encontramos Cava & Twitts (encuentro mensual pensado para tratar argumentos relacionados con marketing, publicidad, televisión y redes sociales) che llega este mes a su segundo aniversario, el Eats &Tweets (evento periódico de networking de mucha repercusión en toda la geografía y que últimamente está cruzando el charco hacia Estados Unidos) o por ejemplo el The Monday Reading Club, evento dedicado a la discusión de libros relacionados con el marketing online, che se celebra el primer lunes de cada mes, contemporáneamente, en 10 ciudades españolas.

Twitter con respeto a Facebook es una red social de carácter más profesional, muy útil para monitorizar tendencias a través de etiquetas, proporciona cierta visibilidad de marca pero sobretodo permite general conversación con una cierta facilidad con los consumidores.

Linkedin

Linkedin es una red social profesional, orientada a establecer relaciones profesionales entre sus participantes y a generar oportunidades de empleo y colaboración. Las personas establecen contacto entre ellas a través de invitaciones; los usuarios pueden realizar recomendaciones de otros usuarios y actuar como “puentes” para que dos personas entren en contacto.

En enero de 2009 había aproximadamente 30 millones de usuarios con una tasa de crecimiento de 100.000 nuevos usuarios cada semana.

Es muy interesante del punto de vista profesional y tiene mucho potencial desde el punto de vista de la creación e identificación de “expertos” en las diferentes disciplinas. La posibilidad de crear grupos y publicar contenidos facilita el networking y una cierta visibilidad para las marcas.

Foursquare

Es una red social basada en la geolocalización, disponible a través de la web y dispositivos móviles. Los participantes hacen check-in en un sitio recibiendo a cambio una serie de puntos que les otorgan “badges”. La plataforma es una creación de Dennis Crowley y Naveen Selvaduray; Crowley creó con anterioridad un proyecto similar denominado Dodgeball, que Google compró en 2005 y “apagó” en 2009. El pasado 1 de septiembre 2010 la empresa ganó el premio Technology Pioneer otorgado por el World Economic Forum.

En septiembre de 2010 se lanzó la versión 2.0 que permite a los usuarios recibir información acerca de lugares de interés cerca de la posición en la que se encuentran. La lista de lugares juntamente con las recomendaciones de otros usuarios se han separado de la funcionalidad base para resaltar su usabilidad. Además, se ha añadido un nuevo botón para facilitar la creación de sugerencias.  Ya empezamos a ver aplicaciones web que disponen del botón “añadir a mi Foursquare” que permiten añadir directamente desde la página web a la lista personal de actividades por hacer.

Es difícil conocer por el momento la segmentación de los usuarios que utilizan esta red social, pero está claro que la geolocalización tiene un potencial interesante para promover una marca. Pensemos por ejemplo a la posibilidad de informar a las personas que realizan check-in en un determinado lugar de todas las promociones en los puntos de ventas cercanos al punto en que se encuentran, como por ejemplo la posibilidad de disfrutar de tarifas promocionales en hoteles y restaurantes de la zona.

En este caso la función “social” de la plataforma reside en los comentarios, puntuaciones y recomendaciones de las personas que han visitado un determinado lugar o han utilizado determinados servicios, que aparecen en el momento de realizar un check-in.

You Tube

Red social para publicar y compartir videos, nacida en febrero de 2005, es el tercer sitio más visitado después de Google y Facebook.

Es un excelente canal informativo y formativo con un potencial muy interesante en cuanto a capacidad de “viralización”, gracias a la utilización del formato video.

La posibilidad de crear canales corporativos personalizados, amplía su utilización también al ámbito profesional.

Otras iniciativas 2.0

El Blog es uno de los instrumentos 2.0 por excelencia, gracias a su gran capacidad de generar conversación y facilitar la participación, por ejemplo dando voz a los personajes clave de una empresa, creando así un verdadero canal de comunicación bidireccional entre marcas y mercado. También resulta muy útil para impulsar la filosofía 2.0 en las empresas, fomentando la detección del “talento empresarial” y facilitando las redes de contactos no-jerárquicas en las organizaciones.

RSS (Really Simple Syndication) y los lectores de canals RSS son una alternativa interesante a la hora de distribuir contenidos. Del punto de vista del usuario que los utiliza, permiten subscribir sitios web para recibir de forma automática todas las actualizaciones en el proprio escritorio de trabajo.

Los marcadores sociales (delicious, digg-it y otros) son sitios web que permiten al usuario la catalogación y memorización de enlaces web (páginas y documentos), dando la posibilidad de compartir esta información con otros usuarios. En un sistema de marcadores sociales los usuarios publican los enlaces que consideran interesantes que pueden ser accesibles por otras personas, de forma aleatoria o bien organizados por categorías. Algunos de estos sistemas permiten definir listas de marcadores privados (solo accesibles por el usuario que los agregó al sistema) o listas de acceso limitado, en las cuales el propietario de la lista determina cuales usuarios pueden acceder a ella.

La categorización se realiza a través de etiquetas libres e informales (folksonomia). En la mayoría de los servicios de marcadores sociales se permite la búsqueda por etiquetas y la visualización de los resultados en base a la puntuación que recibe cada enlace por parte de los usuarios.

¿Es realmente necesario que mi empresa participe en las redes sociales?

Absolutamente NO! La presencia en los social media debe ser una elección ponderada con mucha atención, ya que no supone tanto una elección de tipo tecnológico cuanto un cambio en la filosofía de la empresa y en la manera de presentarse al mercado, en el modo de conversar con sus clientes.

En todo caso, a pesar de nuestro grado de participación, hay que tener presente que hoy en día nuestra marca no es lo que nosotros queremos transmitir a nuestros clientes a través de la publicidad y las acciones de marketing tradicional, cuanto lo que nuestros consumidores dicen de nosotros. Por lo tanto, aunque finalmente decidamos no participar en la conversación, es absolutamente necesario que escuchemos a las redes sociales para saber si lo que estamos intentando transmitir se percibe de forma adecuada.

El primer paso para tomar esta decisión es valorar si las redes sociales representan una oportunidad real para nuestra empresa o nuestro producto, determinando si nuestro público objetivo reside en algunas de ellas. Si no somos capaces de determinar si realmente nuestros consumidores o potenciales consumidores está allí, posiblemente no valga la pena invertir recursos en participar.

El segundo paso es valorar si, como empresa, estamos preparados a aceptar la filosofía 2.0:

–          Escuchar antes de hablar

–          Generar conversación (bidireccional) con el mercado

–          Compartir, co-crear

–          No pensar en vender, sino pensar en cómo ayudar a nuestros clientes

–          No pretender ser infalibles, pero SIEMPRE dar la cara reconociendo nuestros errores y poniendo remedio

Estas normas seguramente supondrán un cambio de filosofía en la mayoría de empresas, sin embargo es necesario que estemos preparados a ello y que toda nuestra organización reconozca este nuevo modelo de relación con nuestros clientes. Resultará mucho más creíble si toda nuestra organización, desde la dirección general hasta el último empleado, demuestra más interés  en buscar nuevas formas de ayudar a los clientes que en incrementar el volumen de ventas de la empresa.

Por esta razón, muchas veces, la entrada en los social media representa un verdadero cambio cultural para la empresa.

¿Qué hacer y qué NO hacer?

Un ejemplo muy interesante de cómo interactuar con las redes sociales es la historia de Pastas Gallo y su “sopa de letras”.

El 29 de mayo de 2007 Abel, un informático de Barcelona de 29 años, envió una carta a Pastas Gallo quejándose de la falta de las letras U y W en las confecciones de “sopa de letras”. Abel creó un blog para hablar del asunto y solicitó la ayuda de la blogosfera para dar cobertura a su reclamación.

La empresa contestó a su carta asumiendo el error y justificando el hecho con la dificultad de crear unos moldes adecuados para las letras U y W. En todo caso Pastas Gallo invitaba Abel a visitar su fábrica para conocer más de cerca el proceso productivo.

En una segunda carta, que acompañaba un lote de productos Gallo, la empresa se comprometía a analizar el problema para buscar una solución.

El blog de Abel tuvo una repercusión muy importante; hablaron del caso la prensa y las radios, invitando Abel a hablar de su caso.

El 30 de octubre de 2007 Abel recibió otra carta en la cual se anunciaba que el problema había sido resuelto y que además de las letras U y W, también se habían incluido la Ñ y la @.

El 13 de noviembre de 2007 Abel daba las gracias públicamente a Pastas Gallo por haberse tomado en serio su petición y por haber mejorado el producto añadiendo las letras que faltaban.

Pastas Gallo demostró en esa ocasión su capacidad para escuchar a sus clientes y, gracias a sus indicaciones, de ser capaz de mejorar sus productos. El beneficio a nivel de reputación de la marca fueron muy importantes y la empresa supo realmente aprovechar una situación potencialmente peligrosa para convertir a su consumidor en un fan de la marca.

Un caso de mala gestión de las redes sociales es el caso de Nestlé y de su grupo en Facebook. Todo empezó el 17 de marzo de 2010, cuando Greenpeace denunció que Nestlé utilizaba aceite de palma proveniente de Indonesia para elaborar el Kit-Kat. La materia prima provenía de la deforestación de una zona en la cual vive una especie protegida de Orangután.

Nestlé negó las acusaciones y obligó a la retirada de un video en youtube que denunciaba los hechos, cancelando los comentarios negativos en su página de Facebook, provocando las iras de sus seguidores y generando el efecto contrario al deseado.  Aumentaron los mensajes de protesta y se llegó a publicar un logotipo de la marca con escrita la palabra “killer”.

La empresa no supo reaccionar comprendiendo los mecanismos de las redes sociales, perjudicando la imagen de la marca y perdiendo una oportunidad de conversar con el mercado.

(to be continued)

Written by Marco Cimino

octubre 3, 2010 at 11:37 pm

Alguien tenía que decirlo

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No acostumbro a comentar en este blog estos temas, pero no pude evitar reflexionar sobre las declaraciones de algunos representantes sindicales que ayer por la noche salieron «retratados» en el telediario, que indicaban que la huelga había tenido un «éxito total y absoluto».

Me pregunto en que parte de la quema de una coche de policía reside el éxito, o cómo de exitoso es tirar huevos e insultar a un conductor de autobús llamado a cubrir los servicios mínimos. Y también si el éxito al tirar una piedra contra una furgoneta está en saber levantar con una mano sola 3 kilos o bien en acertar el blanco a 5 metros de distancia? Y si puede ser considerado todo un éxito el insultar una persona que pretende abrir su establecimiento, el mismo que le permite ganarse la vida dignamente, en un día de huelga.

¿Efectos Colaterales? Colaterales a qué? A querer seguir un modelo, el de lo sindicatos, que se empeña a olvidar que existe una cosa que se llama Europa que, entre otras cosas, marca las reglas del juego de la economía y del mercado laboral más allá de la capacidad política local?

Y que quizás deberíamos mirar adelante en lugar de querer seguir identificándonos (con todos mis respetos) con Grecia, Portugal y para que no se me tache de racista le añado Italia?

Y que basta ya de querer necesariamente utilizar la política en todo, estamos hablando de economía y competitividad de un país.

Disculpad, alguien tenía que decirlo.

Written by Marco Cimino

septiembre 30, 2010 at 8:45 am

Web 2.0, una moda o un’opportunità per le aziende? (Parte 2)

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(continua dalla Parte 1)

Da dove cominciamo? Per disegnare una strategia efficace di partecipazione nei social media è necessario conoscere i tipi di reti sociali esistenti, la “popolazione” presente in ogni rete e l’uso principale a cui è destinata. In base a questi fattori possiamo decidere, per esempio, se la “popolazione” della rete o il suo uso principale non rispondono al nostro target ed al nostro obbiettivo, e quindi non sono interessanti dal nostro punto di vista.

In ogni caso, il consiglio è che comunque sia realizzata attività di monitorizzazione della nostra marca a prescindere dalla rete utilizzata.

Anche se sicuramente le principali piattaforme sociali saranno più che conosciute, facciamo un breve ripasso delle principali.

Facebook

Creata da Mark Zuckemberg nel 2004, attualmente  è la rete più frequentata (a luglio del 2010 registrava più di 500 milioni di persone) ed è tradotta in 70 lingue.

Le persone in facebook si organizzano in base a circoli di amicizia, per condividere fotografie, mandarsi messaggi, links, video.

Pur essendo una rete sociale “personale” (per cui le persone che partecipano lo fanno principalmente a titolo personale e nei loro momenti di ozio) , può risultare interessante per promuovere una marca, creare gruppi di fans di una marca, organizzare giochi e concorsi a premi, dare una certa visibilità a prodotti soprattutto destinati al consumatore finale, e permette di generare un certo traffico a pagine esterne grazie all’uso del bottone “share on facebook”

Attraverso l’uso di una pagina ufficiale è possibile mandare un messaggio a tutti i “fan”, pubblicare applicativi e raccogliere statistiche d’uso per verificare l’efficacia delle azioni realizzate. La possibilità di “targettizzare” le attività su Facebook (decidendo per esempio l’etá, il sesso, l’ubicazione geografica) incrementa l’efficacia delle azioni di marketing.

Il profilo delle persone che utilizzano facebook in Europa, secondo uno studio di O’Reilly Radar di agosto del 2009, risponde basicamente a persone tra i 18 e i 34 anni (con un 70%), mentre l’incremento maggiore si riscontra tra le persone di 55-65 anni (45-54 +61%, 55-59 +88%, 60-65 +104%). La proporzione tra i sessi invece è equilibrata al 50%.

Twitter

Twitter è un servizio gratuito di social network e microblogging  che fornisce agli utenti una pagina personale aggiornabile tramite messaggi di testo con una lunghezza massima di 140 caratteri (inizialmente per rispondere a la domanda “cosa stai facendo?”). Gli aggiornamenti possono essere effettuati tramite il sito stesso, via SMS, con programmi di messaggistica istantanea, e-mail, oppure tramite varie applicazioni basate sulle API di Twitter. Twitter è stato creato nel marzo 2006 dalla Obvious Corporation di San Francisco.

Le persone che partecipano in Twitter si organizzano in gruppi con affinità comuni, intercambiando messaggi tra di loro, contribuendo con la creazione di contenuti interessanti, condividendo informazioni e creando rapporti, que a volte proseguono al di là delle reti stesse, per arrivare a veri e propri eventi. Come esempi citiamo Cava & Twitts (incontro con periodicità mensile per trattare temi legati al marketing, la pubblicità, televisione e social media) che arriva al suo secondo anno di vita, Eats & Twitts (evento periodico di networking) o il The Monday Reading Club, evento dedicato alla discussione di libri di marketing online che si celebra il primo lunedì di ogni mese, in contemporanea, in 10 cittá Spagnole.

Twitter, con rispetto a Facebook, è una rete sociale di carattere più professionale, utile per monitorare “keywords” legate alla nostra attivitá professionale; permette una certa visibilità per la marca ma soprattutto permette la generazione di “dialogo” tra la marca ed i consumatori.

Linkedin

LinkedIn è un servizio di social networking in rete impiegato principalmente per la rete professionale. Lo scopo principale del sito è consentire agli utenti registrati il mantenimento di una lista di persone conosciute e ritenute affidabili in ambito lavorativo. Le persone nella lista sono definite «connessioni», ed esse sono in effetti le connessioni di un nodo (l’utente) all’interno della rete sociale. L’utente può incrementare il numero delle sue connessioni invitando chi di suo gradimento.

La rete di LinkedIn a Gennaio 2009 contava circa 30 milioni di utenti in America del Nord, Asia e Europa e cresce a una velocità di 100.000 iscritti a settimana.

Interessante rete sociale legata all’ambito professionale, ha un potenziale interessante per aiutare a posizionare le persone come “esperti in materia”. Attraverso i gruppi è possibile dare certa visibilità a una marca e facilitare il networking tra le persone.

Foursquare

Foursquare è un social network basato sulla geolocalizzazione disponibile tramite web e applicazioni per dispositivi mobili. Gli utenti eseguono il check-in  tramite la versione browser del sito o attraverso applicazioni su dispositivi che utilizzano il GPS. I check-in sono retribuiti con punti e talvolta con dei «badge». Il servizio è stato creato da Dennis Crowley e Naveen Selvadurai; Crowley aveva precedentemente creato un progetto simile dal nome Dodgeball, che è stato comprato da Google nel 2005 e messo offline nel 2009. Il 1 Settembre 2010 l’azienda ha vinto il premio Technology Pioneer al World Economic Forum.

A Settembre 2010  è stata lanciata la versione 2.0 che aiuta gli utenti a scoprire nuovi luoghi ed attività oltre a condividere la propria posizione come già avveniva nelle versioni precedenti. Le due liste, cose da fare e suggerimenti, sono state separate e messe in evidenza per aumentarne l’usabilità. E stato inoltre aggiunto un tasto per aggiungere più facilmente un luogo alla lista delle cose da fare. A partire da questa versione l’applicazione ricorda inoltre all’utente le cose da fare che si trovano nelle sue immediate vicinanze. Applicazioni di terze parti come quelle di The New York Times, Wall Street Journal e Zagat  hanno aggiunto il tasto «Add to my Foursquare» che permette di aggiungere determinati luoghi alla propria lista di cose da fare.

Anche se non si conosce esattamente la composizione della popolazione di Foursquare, la rete sociale presenta un potenziale interessante per quanto riguarda la visibilità e promozione di una marca. In questo caso la geolocalizzazione permette, ad esempio, informare le persone che fanno check-in in un determinato posto l’esistenza di offerte e promozioni nei punti vendita della zona o per esempio la possibilità di usufruire di tariffe speciali in alberghi e ristoranti vicini.

La funzione “sociale” è rappresentata dai possibili commenti e raccomandazioni degli utenti che hanno visitato il posto in precedenza.

You tube

Sito per la condivisione di video. Nato nel febbraio del 2005 è il terzo sito più visitato dopo Google y Facebook.

Eccellente canale informativo e formativo ha un grande potenziale in quanto a “viralitá” dei messaggi, grazie all’uso del video.

Altre iniziative 2.0

Il blog è uno degli strumenti di dialogo e partecipazione per eccellenza. Usato a livello aziendale, per esempio dando voce agli specialisti o alle figure chiave, permettono la creazione di veri e propri canali di comunicazione bidirezionali tra la marca ed i consumatori. Sono altrettanto importanti per impulsare la filosofia 2.0 all’interno delle aziende e di gestire il talento aziendale attraverso delle reti di contatti non gerarchizzate.

RSS (Really Simple Syndication ) e i relativi tool di consolidazione e lettura costituiscono una scelta interessante alla distribuzione d’informazione. L’applicazione principale per cui è noto sono i feed RSS, che permettono di essere aggiornati su nuovi articoli o commenti pubblicati nei siti di interesse senza doverli visitare manualmente uno a uno.

Social Bookmarking (delicious, digg-it ed altri) sono siti che permettono all’utente di catalogare e memorizzare le risorse di internet (pagine, documenti, ecc), condividendo questi indici con altre persone.

In un sistema di social bookmarking gli utenti registrano un catalogo di risorse Internet  ritenute utili ed interessanti. Sovente questi elenchi sono pubblicamente accessibili e altre persone con analoghi interessi possono visionarli, casualmente o suddivisi per categorie. Alcuni sistemi di social bookmarking salvaguardano la privacy, consentendo la registrazione di segnalibri in forma anonima, e quindi non associati ad un utente.

La categorizzazione delle risorse avviene per mezzo di «parole chiave» (tag) liberamente e informalmente scelte dall’utente (Folksonomia). La maggioranza dei servizi di social bookmarking permette agli utenti la ricerca di segnalibri associati a determinate etichette (tag), oltre all’ordinamento delle singole risorse Internet in base al numero delle segnalazioni.

É necessario che la mia azienda partecipi su internet e nelle reti sociali?

Assolutamente no! La presenza sui social media deve essere una scelta aziendale da valutare con attenzione, in quanto suppone non tanto una scelta di tipo tecnologico ma appunto sociale, obbligando l’azienda a portare a termine un processo di “adeguamento” della filosofia aziendale e dei meccanismi di comunicazione dell’azienda.

In ogni caso, a prescindere dal nostro grado di partecipazione, bisogna tener presente che a effetti di reputazione della marca, oggigiorno la nostra azienda non è quello che noi trasmettiamo al mercato attraverso la pubblicità ed il marketing tradizionale ma, spesso, quello che i nostro consumatori dicono di noi. E quindi crediamo che, anche se non in modo partecipativo, sia ormai obbligatorio monitorare le reti per capire se il messaggio che stiamo trasmettendo al mercato è recepito nel modo corretto.

Il primo passo è valutare se le reti sociali realmente rappresentano un’opportunità per la nostra marca o il nostro prodotto, determinando in quali reti risiede il nostro “pubblico obbiettivo”. Se non siamo in grado di determinare se realmente il nostro target risiede su qualche social media, probabilmente non valga la pena investire le risorse necessarie per partecipare.

Il secondo passo è sicuramente valutare se, come azienda, siamo in grado di accettare le regole della comunicazione 2.0:

–          Ascoltare prima, parlare poi

–          Generare conversazioni, comunicazione bidirezionale con il mercato

–          Condividere, co-creare

–          Non pensare alle vendite, ma pensare a come aiutare i nostri clienti

–          Non pretendere di essere infallibili, ma SEMPRE riconoscere i nostri errori

Regole, che probabilmente suppongano un cambiamento importante nella filosofia dell’azienda e che comunque deve essere esteso a tutta l’azienda stessa. Risulterà molto piú credibile il messaggio se tutta la nostra organizzazione, dalla direzione generale all’ultimo impiegato, dimostra maggior interesse nel trovare nuovi modi per aiutare i nostri clienti che in incrementare il volume delle vendite dell’azienda.

Per questa ragione, a volte, l’ingresso nel mondo del social media rappresenta un vero e proprio cambio culturale che ha il suo riflesso anche nella filosofia dell’azienda nel mondo “reale”.

Cosa fare e cosa non fare

Un esempio interessante di un’azienda che agisce secondo la filosofia 2.0 è il caso di Pastas Gallo, l’azienda di produzione di pasta leader del mercato spagnolo.

Il 29 maggio 2007 Abel, un informatico di Barcellona di 29 anni, scrisse una lettera all’azienda per denunciare la mancanza di alcune lettere (la U e la W) nel pacchetti di pasta a forma di lettere dell’alfabeto, così famosa tra i più piccini. Abel creò un blog per parlare della sua rivendicazione e chiese l’aiuto alla comunità di bloggers per diffondere la sua protesta.

L’azienda rispose prontamente alla lettera, assumendo il fatto e giustificando la difficoltà di produrre la U e la W per colpa della difficoltà di creare gli stampi adeguati per tali lettere. In ogni caso l’azienda invitava Abel a visitare il centro di produzione per capire con più precisione il problema e prometteva, in una lettera che accompagnava una cesta di prodotti regalo, che avrebbero studiato il problema per cercare una soluzione.

Il blog di Abel ebbe molto successo, ne parlarono stampa e radio, invitando Abel a partecipare a programmi radiofonici.

Il 30 ottobre 2007 una lettera annunciava a Abel la disponibilità delle lettere U e W, indicando che erano state aggiunte anche la Ñ e la @ completando in questo modi tutto l’alfabeto spagnolo e dando la possibilità di scrivere indirizzi email J

Il 13 novembre del 2007 Abel ringraziava pubblicamente nel suo blog Pastas Gallo per aver raccolto la sua richiesta e aggiunto le lettere che mancavano.

Pastas Gallo dimostrò in quell’occasione di essere capace di ascoltare i consumatori e, grazie alle loro indicazioni, di migliorare il prodotto. È evidente che il beneficio a livello di reputazione della marca sia stato enorme; un bell’esempio di come approfittare una situazione potenzialmente negativa per convertirla in positiva.

Un caso di “cattiva gestione del social media” è quello della multinazionale Nestlé e della sua pagina de facebook. Tutto cominciò il 17 di marzo 2010, quando Greenpeace denunciò che Nestlé utilizzava olio di palma proveniente dall’Indonesia per l’elaborazione del suo prodotto Kit-Kat. La materia prima veniva estratta dalle foreste dell’Indonesia, dove vive una specie protetta di orangután, provocando la deforestazione e la distruzione dell’habitat naturale di questa specie.

Nestlè negò le accuse ed obbligò al ritiro di un video denuncia pubblicato su You Tube, e cancellò i commenti negativi pubblicati sulla loro pagina di Facebook, provocando giustamente l’effetto contrario: aumentarono i messaggi di protesta sul muro di Facebook e si pubblicarono immagini della marca con associata la parola “Killer”.

L’azienda non fu capace di reagire a tempo comprendendo i meccanismi dei social media, pregiudicando l’immagine della marca e perdendo l’opportunità di rafforzare il rapporto con il consumatore grazie ad una buona gestione di una situazione critica.

(to be continued….)

Written by Marco Cimino

septiembre 29, 2010 at 9:50 am

Web 2.0, una moda o una oportunidad para las empresas? (Parte 1)

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[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false] Está claro, el mundo está cambiando. Las personas ya no se relacionan únicamente en base a su “ubicación geográfica” sino que estamos asistiendo al nacimiento de nuevos grupos sociales basados en intereses comunes y afinidades. Internet, la facilidad de conexión, la velocidad, la memoria de la red, obligan a las empresas a entender los mecanismos de este nuevo paradigma social para decidir si quieren participar o, por el contrario, esperar el próximo turno.

Web 2.0, una moda una oportunidad para las empresas” es un workshop que estoy preparando para finales de octubre, en Italia, que hablará de la realidad de las redes sociales desde la perspectiva de las empresas (sobretodo pequeñas y medianas), intentará explicar sus mecanismos y sus normas, con el objetivo de proporcionar a los asistentes los elementos para poder decidir si participar activamente o simplemente quedarse a la espera de un próximo fenómeno de la red de redes.

Este seminario afrontará los diferentes aspectos, con ejemplos y ejercicios prácticos, relacionados con la creación y posicionamiento de una marca en Internet, cómo definir una estrategia Online, cómo definir un Social Media Plan, cual es la función de un Community Manager y cómo crear la identidad digital de una empresa.

Voy a compartir, mientras preparo los contenidos de este evento, todo el material en este blog y os invito a participar, opinar y en definitiva a ayudarme a recopilar con el máximo rigor posible toda la información. Un verdadero trabajo colaborativo que sirva como ejemplo del poder de la web 2.0 🙂

Pero qué es exactamente la web 2.0?

Busquemos en Wikipedia!

El término Web 2.0 (2004–presente) esta comúnmente asociado con un fenómeno social, basado en la interacción que se logra a partir de diferentes aplicaciones web, que facilitan el compartir información, la interoperabilidad, el diseño centrado en el usuario y la colaboración en la World Wide Web.

Ejemplos de la Web 2.0 son las comunidades web, los servicios de red social, los servicios de alojamiento de videos, las wikis, blogs, mashups y folcsonomías. Un sitio Web 2.0 permite a sus usuarios interactuar con otros usuarios o cambiar contenido del sitio web, en contraste a sitios web no-interactivos donde los usuarios se limitan a la visualización pasiva de información que se les proporciona.

Se trata de un fenómeno social (facilitado por la tecnología, eso sí pero no deja de ser algo relacionado con las personas, la sociedad y la manera en que nos relacionamos con los demás) que amplía los vínculos tradicionales (basados en la geografía, la proximidad, el parentesco) a nuevas comunidades basadas en afinidades e intereses comunes (los fanáticos de Lego, los seguidores de Los Angeles Lakers, etc.).

Según Forrester, en un estudio que está a la base del libro “el mundo Groundswell”, podemos clasificar a los distintos participantes al movimiento 2.0 en base a su nivel de contribución, creando así lo que ellos definen el Perfil Sociotecnográfico (creadores, críticos, catalogadores, sociales, espectadores e inactivos). Cada uno de estos perfiles responde a un comportamiento en las redes y nos ayudan a entender los diferentes mecanismos que  impulsan la participación y el proceso de creación de contenidos.

Otra fuente que nos ayuda a entender este fenómeno es el Manifiesto Cluetrain, un libro escrito hace más de 10 años, y  que mantiene su absoluta actualidad,  compuesto por 95 tesis que definen un nuevo mercado interconectado y basado en la “conversación”. Las ideas descritas en el libro están dirigidas tanto hacia el mercado como hacia la propia organización interna, queriendo demostrar que la conexión y la transparencia entre estos dos “ecosistemas” (el mercado y nuestros empleados) facilita un nivel de comunicación nunca alcanzado hasta el momento.

Los autores defienden la tesis de que Internet es diferentes de los medios utilizados hasta el momento, ya que facilita la conversación entre individuos (de individuo a individuo), pudiendo transformar las relaciones comerciales de una forma radical.

Algunos ejemplos:

Tesis 1-6: los mercados son conversaciones.

Históricamente, según los autores, el “mercado” era el lugar en el cual las personas se encontraban, hablaban (tesis 1), discutían de los productos, del precio, de la reputación y estrechaban relaciones con otras personas (tesis 2-5). Los autores afirman que internet facilita a cualquier persona el poder entrar en un mercado virtual, mantener relaciones y comunicarse de una forma mucho más ágil que en el pasado (tesis 6)

Tesis 8-13 conexiones entre nuevos mercados y empresas

Las misma tecnología que une a las personas en los mercados “fuera de los límites de la empresa” es la que une a los trabajadores de la empresa (tesis 8). Estas redes, a través la comunicación, generan un mercado y unos consumidores mucho más informados (tesis 9). La información disponible en Internet es muy superior a la información que utilizan las empresas (tesis 10-12).

Las demás tesis del libro están orientadas a analizar el impacto que estos cambios generaran en las organizaciones, de la misma manera que las organizaciones deberán asumir un cambio interno necesario para seguir manteniendo una posición en el mercado.

En definitiva, el Manifiesto Cluetrain, nos demuestra que Internet representa un nuevo fórum para la comunicación con el potencial de modificar definitivamente la naturaleza de la comunicación corporativa y del marketing en general. El cambio fundamental está en la capacidad de abatir las barreras corporativas y dar vida a conversaciones entre las personas que viven en la empresa y las personas ajenas a ella.

Desde esta perspectiva, el marketing online resultaría mucho más cercano al mantener conversaciones entre las personas respeto al generar mensajes unidireccionales de “autobombo”

Mecanismos que regulan el 2.0

Las razones que impulsan a las personas a participar poden ser múltiples y diferentes. Cada perfil Sociotecnografico  se estimula de forma diferente y cada red social puede trasmitir determinados impulsos respeto a otros.

Las persona que responden al perfil de “creadores”, y por lo tanto acostumbrados a generar contenidos útiles en un blog, a fomentar la “conversación” en twitter, se mueven en base el impulso de ser reconocidos como “útiles” para la comunidad y recibir feedback positivo por parte de los otros miembros. El reconocimiento público otorgado por los contenidos generados es la recompensa por el tiempo dedicado a la generación de contenidos.

La gratitud, el reconocimiento, conocer e personas afines a nosotros, mantener un lazo de comunicación con nuestros familiares y amigos… cada uno de nosotros puede moverse en base a estímulos distintos, pero en todo caso a la base de todo estos siempre acabamos encontrando nuestra necesidad de ser “animales sociales” y por lo tanto de “conectar” con los demás de alguna forma.

.. to be continued….

Written by Marco Cimino

septiembre 23, 2010 at 9:00 am

Web 2.0, una moda o un’opportunitá per le aziende? (Parte 1)

with 7 comments

[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false] Il mondo sta cambiando, le persone non relazionano piú per “dislocazione geografica” ma iniziano a crearsi gruppi sociali legati da interessi comuni. Internet, la facilitá di collegamento, la velocitá di propagazione e la “memoria” della rete obbligano le aziende quantomeno a “capirne” i meccanismi per decidere se unirsi al “movimento 2.0” o aspettare il prossimo turno.

Web 2.0, una moda o un’opportunitá per le aziende?” é un workshop che sto preparando per fine ottobre, in Italia, che affronta la realtá dei Social Media dal punto di vista aziendale, indicandone i meccanismi e cercando di proporzionare ai partecipanti gli elementi necessari per poter decidere se effettivamente si tratta di un’opportunitá per incrementare le vendite, migliorare il posizionamento e la reputazione di una marca, migliorare il servizio al cliente o semplicemente di una moda passeggera destinata a dissolversi nel nulla.

Il seminario affronta, con esempi pratici di cosa fare e cosa non fare, come costruire una marca in Internet, come definire una strategia Online, come creare un Social Media Plan, come disegnare e posizionare correttamente una web, come creare contenuti utili per i nostri clienti, come creare l’identitá digitale di un’azienda, il ruolo del Community Manager.

A continuazione pubblicheró, mano a mano che preparo il materiale per il workshop, una serie di post sull’argomento, sperando che siano interessanti ed invitandovi a partecipare e commentare il modo da arricchire i contenuti e le opinioni.

Definizione: che cosa é il web 2.0?

Per definire il web 2.0 utilizziamo uno degli elementi 2.0 per eccellenza: wikipedia

Il Web 2.0 è un termine utilizzato per indicare genericamente uno stato di evoluzione di Internet (e in particolare del World Wide Web), rispetto alla condizione precedente. Si tende ad indicare come Web 2.0 l’insieme di quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente e la partecipazione di altri utenti (blog, forum, chat, sistemi quali Wikipedia, Youtube, Facebook, Myspace, Twitter, Gmail, WordPress, Tripadvisor ecc.).

La definizione pone l’accento sulle differenze rispetto al cosiddetto Web 1.0, diffuso fino agli anni novanta, e composto prevalentemente da siti web statici, senza alcuna possibilità di interazione con l’utente eccetto la normale navigazione tra le pagine, l’uso delle email e l’uso dei motori di ricerca.

Il web 2.0 nasce nel momento in cui si permette al consumatore la creazione e distribuzione di contenuti dinamici, grazie all’uso di nuove tecnologie quali i blog, le wiki, youtube, ecc.

Pero il fenomeno 2.0 é soprattutto un fenomeno sociale: storicamente le persone si sono relazionate tra loro in base alla loro ubicazione geografica (parenti,amici, conoscenti, il vicino..ecc), grazie ad internet le persone cominciano a stringere rapporti basati su affinitá ed interessi comuni (appartenere ad un gruppo di fanatici di una marca come Lego, appassionati per la montagna o i viaggi, tifosi del Los Angeles Lakers, ecc).

All’interno del fenomeno 2.0 distinguiamo diversi profili di persone in base al loro livello di contribuzione .

Secondo Forrester, in uno studio del fenomeno delle reti sociali che é alla base del libro “il mondo Groundswell”, esistono diversi gradi di partecipazione che possiamo definire Profilo SocioTecnografico  (creatori, critici, catalogatori, profili sociali, spettatori ed inattivi).

Il movimento 2.0 é ampliamente descritto nel libro “The Cluetrain Manifesto”, scritto piu di 10 anni fa ma oggi ancora attualissimo, che si compone di 95 tesi (organizzate come un manifesto o invito all’azione), per tutte le imprese che operano all’interno di ciò che si propone di essere un nuovo mercato interconnesso. Le idee presentate, con l’obiettivo esplicito di esaminare l’impatto di Internet sia sui mercati (i consumatori) sia sulle organizzazioni. Inoltre, mentre i consumatori e le organizzazioni sono in grado di utilizzare Internet e Intranet per stabilire un livello di comunicazione  precedentemente non disponibile tra questi due gruppi ed all’interno di essi, il manifesto suggerisce i cambiamenti che saranno richiesti da parte delle organizzazioni per rispondere all’ambiente del nuovo mercato.

Gli autori affermano che Internet è diversa dai media tradizionali utilizzati per il marketing  di massa in quanto consente alle persone di avere delle conversazioni di tipo «uomo a uomo», e potenzialmente queste possono trasformare in modo radicale le pratiche commerciali tradizionali.

Alcuni esempi

Tesi 1-6: i mercati sono conversazioni

Storicamente, affermano gli autori, il mercato era un luogo in cui persone si riunivano e parlavano tra loro (tesi 1): potevano discutere dei prodotti disponibili, del prezzo, della reputazione e in tal modo si tenevano in contatto con gli altri (tesi 2-5). Gli autori quindi affermano che Internet fornisce un mezzo per chiunque sia connesso a Internet per rientrare in un siffatto mercato virtuale e, ancora una volta, raggiungere un tale livello di comunicazione tra le persone. Questo, nell’era dei mass media, prima di Internet, non era possibile (tesi 6).

Tesi 8-13: Collegamento tra i nuovi mercati e le imprese

La stessa tecnologia che collega le persone nei mercati al di fuori delle organizzazioni, sta connettendo anche i lavoratori all’interno delle organizzazioni stesse (tesi 8). Gli autori suggeriscono che queste reti, attraverso le conversazioni in atto, creano un mercato ed un consumatore più informati (tesi 9). L’informazione disponibile sul mercato è superiore a quella a disposizione delle organizzazioni stesse (tesi 10-12).

Attraverso la tesi rimanenti, quindi, gli autori esaminano l’impatto che tali grandi cambiamenti avranno sulle organizzazioni e come, a loro volta, le organizzazioni dovranno rispondere all’evoluzione del mercato per rimanere vitali.

Per il ‘Cluetrain Manifesto’ era fondamentale la premessa che Internet ha fornito un forum nuovo e unico per la comunicazione, cosa che potrebbe mutare definitivamente la natura della comunicazione d’impresa e del marketing. In sostanza, il cambiamento fondamentale per questo testo consiste nell’abbattere le barriere aziendali e dare vita ad una conversazione tra coloro che sono all’interno e chi è al di fuori di una azienda -il marketing online sarebbe più vicino al mantenimento di conversazioni con le persone piuttosto che una trasmissione di tipo broadcast di mezze verità sui prodotti e sui servizi.

Meccanismi que regolano il web 2.0

Le ragioni che spingono le persone a partecipare nelle reti sociali possono essere sostanzialmente diversi. Ogni profilo sociotecnografico risponde a motivazioni diverse e ogni rete sociale può favorire determinati impulsi rispetto agli altri.

Le persone che rispondono al profilo di “creatori”, quindi abituate a generare contenuti in un blog o impulsare conversazione su twitter, sono spinte dalla possibilità di esprimersi e di ricevere feedback positivo da altri individui. Il riconoscimento della comunità per i contenuti generati costituisce per loro una ricompensa.

Un altro stimolo potrebbe essere la riconoscenza. Una persona, dopo aver sperimentato l’utilità di un sito web, potrebbe sentire la necessità di partecipare come segno di riconoscenza per l’aiuto ricevuto. È il caso dei commenti a un prodotto o un servizio, il sistema di voto di alberghi e ristoranti o la raccomandazione di un articolo interessante in un portale di notizie.

Altre ragioni possono essere il mantenere il contatto con i nostri amici, conoscere nuove persone o semplicemente condividere una passione con altre persone affini a noi.

Ognuno può essere stimolato da motivazioni diverse, ed incluso la stessa persona può rispondere a stimoli diversi a seconda della rete in cui si muova o dello stato d’animo del momento.

In ogni caso, alla base di tutto ciò, sempre ritroviamo la nostra necessità di essere “animali sociali” e quindi di connetterci con gli altri.

Written by Marco Cimino

septiembre 19, 2010 at 2:55 am

Last in, best in

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[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false] Comentábamos hoy con una amiga la tendencia, en uso sobretodo entre pequeños empresarios que definiríamos «tradicionales», de dirigir toda la atención hacia el último consejo de un amigo durante un partido de golf o la última reivindicación de un cliente «difícil».

Lo que definiríamos «Last in, Best in«. (si, en efecto me lo acabo de inventar, no lo busquéis en la wikipedia  … 🙂 ).

El típico caso en que «el jefe» se va a comer con los amigos que le comentan: «Tito, sabes que me estoy forrando con la importación de alpargatas de Perú«.. y eso se convierte en la obsesión del «jefe»  durante los sucesivos 20 días, hasta darse cuenta que Perú no es famoso por sus alpargatas (que podría serlo, lo desconozco) o bien hasta la siguiente comida en la cual se comenta la tendencia en externalizar los servicios administrativos en las empresas pequeñas.

Para ser más realistas, otro caso sería el de un cliente que inesperadamente nos comenta que el pasado sábado necesitaba poder tramitar un pedido (supuestamente.. ya que normalmente estos clientes hablan mucho más de lo que acostumbran a tramitar 🙂 ) y que se encontró con la oficina cerrada!! Dios mío, un sábado nuestra oficina cerrada!!

La reacción natural del Jefe que manifiesta síndrome «Last in, Best in» es concentrar todos sus esfuerzos en encontrar la manera de no cerrar las oficinas en sábado, por si algún otro cliente tuviera la necesidad imperiosa de tramitar otro pedido. Al menos hasta que otro cliente iluminado nos sugiera alguna otra necesidad intempestiva.

Bromas a parte, si queremos posicionar un producto, crear nuestra marca o simplemente plantear el crecimiento de nuestra empresa (sobretodo si hablamos de una Pyme o MicroPyme), debemos tener en cuenta los 2 ingredientes principales: sentido común y estrategia. (en partes iguales).

Teniendo en cuenta que seguramente dispondremos de recursos finitos (léase tiempo y/o dinero), definir una estrategia nos ayudará a concentrar nuestros esfuerzos allí donde tenemos más probabilidades de éxito, evitando un desperdicio inútil de recursos y manteniendo coherencia en nuestras actuaciones como «marca» en el mercado.

La estrategia pasará obligatoriamente por conocer nuestro producto, nuestro mercado, saber que hace nuestra competencia y definir según distintos criterios nuestro «segmento» de clientes o «target«, con el objetivo (como bien dice mi compañero Jaime) de convertirnos en su mejor opción.

Una vez definido el target, estudiaremos sus necesidades reales (descubriendo si lo de tramitar un pedido en sábado era un farol o no), los mecanismos para aportar valor y finalmente definiremos los canales (on line, off line) y los atributos que deberá tener nuestra marca para llegar hasta él.

Solo falta un último ingrediente: el tiempo. Si un estofado de lentejas requiere 1 hora, no podemos obtener el mismo sabor en 5 minutos.

De la misma forma, la ejecución de nuestro plan requiere un tiempo. No hagamos el error de querer recoger los resultados finales (posiblemente las ventas) desde el primer día, sino marquémonos unos objetivos intermedios (también cualitativos) que se puedan mesurar para validar que estamos realizando las acciones correctas y obteniendo los resultados esperados.

Si tuviera un único proyectil que disparar, que harías? Apuntarías bien y luego dispararías o directamente dispararías en el aire con la esperanza de darle a unos de los patos que pasan por allí? El que dispara en el aire, en el fondo, no sabe a donde disparar.

Written by Marco Cimino

septiembre 14, 2010 at 11:51 pm

Probando las cápsulas clónicas de Nespresso

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[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false]

Gracias a los amigos de LoCatamos tengo la posibilidad de probar, con antelación a su supuesta salida en le mercado español, las cápsulas clónicas de Nespresso, producidas de momento sólo para el mercado Francés por Sara Lee (Marcilla en España).

La premisa es que me gusta el café fuerte y corto, al estilo italiano, y habitualmente utilizo la variedad «Ristretto» de Nespresso, tanto en casa como en la oficina.

Hoy probamos la variedad «Fuerza», que sobre el papel debería ser el equivalente del «Ristretto». La cápsula se presenta envuelta individualmente y una vez abierta se puede apreciar que el aluminio de Nespresso ha sido sustituido por plástico transparente.

El olor es bueno, sin embargo, una vez apretado el botón se puede apreciar como empieza a salir café muy liquido y casi sin crema.

Paramos la maquina y vemos como se forma la espuma pero de forma superficial. La apariencia es la de una café normal, pero vemos como debajo de la espuma la consistencia del café es muy líquida.

Oloramos. Casi no se percibe el aroma. De hecho se olía más antes de utilizar la cápsula que ahora.

Probamos. La sensación es de agua. El sabor queda muy diluido hasta el punto que después de haber tomado el café, casi no permanece sabor en la boca.

Prueba no superada. Me quedo con el original. Ristretto!

What else?

Written by Marco Cimino

septiembre 8, 2010 at 10:46 pm

Publicado en personal, twitter

Generación digital

with 4 comments

[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false]

Hace días que ronda este post en mi cabeza. Hoy, quizás, coincidiendo con la vuelta al cole sea el momento ideal para escribirlo.

Pol, 8 años. Me pidió prestado mi modem UMTS, lo conectó a su notebook (por el puerto USB de la derecha, porqué el de la izquierda una vez le dio problemas), le dio al botón «conectar» y abrió el navegador para irse a una página de juegos infantiles en línea para jugar con un Ferrari que corre por las calles de París a toda velocidad. Y todo esto lo hizo solo, sin preguntar nada. Simplemente imitando o repitiendo lo que había aprendido observando lo que había visto hacer anteriormente por su hermana (11 años) o por mi.

Es evidente que Pol ha utilizado su extraordinaria inteligencia heredada genéticamente de su padre 🙂 , pero es además muy evidente que en tan solo 3 generaciones estamos asistiendo a uno de los cambios mayores en la relación entre el hombre y la tecnología. He hecho varias veces esta reflexión, de cómo Internet y las redes sociales están modificando nuestras vidas, pero quiero volver sobre el tema no tanto desde la (evidente) perspectiva profesional, cuanto en la esfera de lo personal y de la relación entre las distintas generaciones que componen una familia.

En muy pocos años (poco más de cincuenta quizás), hemos pasado de la generación de nuestros padres, que vivieron los grandes avances de la tecnología (grandes en cuanto a descubrimientos que modificaron la sociedad), cómo el teléfono, la televisión, la radio, a nuestra propria generación en la cual mejoramos lo que teníamos (la tele se convierte en color, el teléfono se vuelve móvil, la radio se vuelve on-demand) y empezamos a saborear nuevos modelos de relación y comunicación gracias a Internet, para llegar a la generación de nuestros hijos que llevan el gen de lo digital en su proprio ADN.

Si paráis un momento a pensar, hemos pasado de la época de los abultados manuales de instrucciones che nuestros padres se «emperraban» de resumir en una hoja escrita con lápiz, a unas cuantas hojas de «guía para el usuario» de nuestros días, para llegar a una casi ausencia de información convencional en los artilugios de nueva generación. Es que nuestros hijos han nacido con la tecnología «embebida» en su código genético, desarrollando la capacidad de asumir con absoluta naturalidad el uso de prácticamente cualquier gadget en su vida cotidiana. Escribí un post hace poco más de un año en el cual hablaba de las características de nuestra generación digital, sus inquietudes y su innata capacidad para adaptarse a la tecnología. De hecho ellos, a diferencia de nosotros, viven la tecnología como un simple medio y con una naturalidad excepcional; mientras nosotros seguimos preguntándonos el porqué, ellos se limitan a utilizarla.

Y hasta aquí todo normal (o casi), nuestros hijos aprenden rápido y además sin necesidad de «instrucción». O al menos esto es lo que parece. Pero la verdad es otra, ellos aprenden solos también porqué la inmensa mayoría de padres no tenemos criterio suficiente para educar y/o orientarles en la utilización de Internet y las nuevas tecnologías en general. Y evidentemente tampoco podemos utilizar lo que nos enseñaron nuestros padres, que se ha quedado tan lejos que ahora sonaría hasta ridículo. Os imagináis la cara que pondría nuestro hijo si le dijésemos: «chaval, en Facebook no chatees con desconocidos!«. Posiblemente nuestra poca credibilidad quedaría bajo tierra antes de que acabásemos la frase. O quizás «aguantaríamos el tipo» mientras nuestro hijo nos dice: «pero papa, quieres que chatee solo?????»

Está claro, nosotros los de la «otra generación» debemos hacer un esfuerzo adicional para intentar trasladar nuestros valores de toda la vida a los nuevos medios y modelos de relación. Es por eso que no me extraña oír comentarios a nivel profesional que digan «no estamos preparados para entrar en los Social Media» o a nivel personal que «Internet todo el mundo sabe que no representa la verdad absoluta».  Y con esto me enlazo a los comentarios de mi amigo Pedro a mi anterior post en los cuales (con todo el aprecio) es evidente que hay una diferencia sustancial entre la manera de intender Internet de las personas que nos relacionamos también a través de las redes sociales y las personas que tienen el deber de legislar y tutelar la libertad de unos y otros.

No quiero llegar a conclusiones ni tampoco tener la presunción de «vomitar» una formula mágica; pero es evidente que nosotros, la generación que «mandamos», no estamos preparados. En absoluto.

No estamos preparados como padres para poder guiar a nuestros hijos en temas tan básicos como la identidad digital, la confidencialidad, la seguridad en Internet, como relacionarse con los demás, qué significa compartir y qué significa protegerse en un medio potencialmente peligroso.

No estamos preparados como maestros y profesores o tutores, ni de lejos, a sustituir parte de los libros por un ordenador portátil. Está claro, por algún sitio había que empezar.. pero quizás el sitio correcto hubiese sido el formar a los docentes antes de dejarles el «muerto» en las aulas. Y tampoco estamos preparados como legisladores y gestores a seguir el ritmo, estando sentenciados a ir siempre un paso atrás como bien comentaba Pedro en algunas de sus entradas. Y que quede claro, lo mio no es quejarme de este o aquel color, de ese u otro político. Lo mio es la conciencia de no estar preparado para algo realmente importante.

Mientras tanto Pol me sigue pasando la mano en la cara (sin saberlo) demostrándome que el ser humano tiene un instinto de adaptación al medio superior a lo esperado, el problema es que no podemos siempre dejar las cosas a la naturaleza. Alguna vez habrá que intervenir, digo yo!

Written by Marco Cimino

septiembre 7, 2010 at 2:10 pm

Mata, pero no lo digas en Facebook!

with 14 comments

[tweetmeme source=”mcimino” only_single=false]

Me quedé literalmente a cuadros el pasado sábado al leer una noticia en la edición impresa de El Periódico (publicada también en la edición digital): Protección de Datos pide prohibir el espionaje a empleados en Facebook.

En el artículo se denuncia el uso por parte de las empresas de las redes sociales a la hora de «investigar» a sus empleados nuevos y actuales con el objetivo de descubrir algún tipo de conducta susceptible de penalización por parte de la empresa, llegando incluso al despido o no contratación del trabajador.

Leo textualmente que:

la Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) se mostró ayer partidaria de una ley, similar a la anunciada por el Gobierno de Alemania, para proteger la privacidad y vetar el acceso de las empresas a perfiles de los usuarios con fotos comprometidas o información sobre creencias, orientación sexual o consumo de drogas en redes sociales como la popular Facebook. «Como en una conversación telefónica, un ciudadano se expresa de distinta manera en un ámbito laboral que familiar o entre amigos. Eso es lo que marca la diferencia a la hora de garantizar su derecho a la intimidad», argumentó Artemi Rallo, director del organismo público defensor de la privacidad.

y … «flipo» en colores, como diría mi hija de 11 años que parece que tenga las ideas más claras con respeto a identidad digital y lo que representa!

Bien, celebro que nos preocupemos por la intimidad de los pobres trabajadores a los cuales parece que nadie haya explicado que una red social como Facebook es de libre utilización y que nadie nos obliga a publicar nuestras intimidades.

Tampoco nadie les ha explicado que la misma Facebook (o twitter) dispone de mecanismos de protección según los cuales el usuario decide quien puede ver sus intimidades (como las fotos de un fiestorro, por ejemplo) y quien no las puede ver, y que nadie tampoco les ha explicado que quizás sería mejor no drogarse que hacerlo y tener que censurar las fotos «comprometedoras» de los álbumes de Facebook.

Una vez más nos preocupamos de lo que dirá la gente y como evitarlo, antes de entender que si alguien tiene algo de esconder o algo del que avergonzarse.. hombre.. pues quizás que se plantee el uso de las redes sociales o quizás intente ser mejor persona!!

Y si no fuera suficiente, continúa diciendo:

Como en una conversación telefónica, un ciudadano se expresa de distinta manera en un ámbito laboral que familiar o entre amigos. Eso es lo que marca la diferencia a la hora de garantizar su derecho a la intimidad», argumentó Artemi Rallo, director del organismo público defensor de la privacidad.

Además (y esto es implícito en nuestra cultura) si hay un problema es evidente que hay que encontrar el culpable (o cómo mínimo a alguien que cargue con el muerto).

Ahhh, si ya está!! Ya lo tenemos, el culpable es el desgraciado del empresario que espía impunemente a su trabajador, pongamos por ejemplo al conductor de un autobús escolar, y al descubrir que este se pone hasta las cejas de droga… el muy desgraciado va y le despide!!

Pero, por favor, hemos perdido el rumbo? o simplemente nos apuntamos al carro de los Alemanes.. ya que son Alemanes, seguro que hacen algo inteligente?

Nadie dice que Internet debe ser un territorio sin ley, pero por favor, tonterías las justas!!

Written by Marco Cimino

agosto 30, 2010 at 9:55 pm

Gamper 2010, la fiesta del «soci»

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Muchos nos estamos preguntando si Sandro Rosell, nuevo presidente del Futbol Club Barcelona, cumplirá con su programa electoral, resultado de la escucha durante casi 2 años de las sugerencias de las diferentes «penyes barcelonistes» recogidas en un «tour» de más de 30 encuentros a lo largo de 22.000 km de viajes por la geografía española.

Un programa creado para el socio, teniendo en cuenta sus necesidades y basado en la participación de todos.

Ayer pudimos apreciar cómo una parte de «Tots som el Barça» se convertía en realidad, de cómo el Trofeo Joan Gamper 2010 se convertía en una fiesta del «Barcelonisme» pensada para que «Tots» pudiésemos disfrutar, incluso los más pequeños, de la gran fiesta de un gran club.

El homenaje a Ronaldinho (y a Laporta), la presencia del «avi del barça», las actividades previas a la presentación del equipo y sobretodo el adelantar el acontecimiento más de 2 horas respeto a la edición del año pasado (en la cual incluso se retrasó el partido de 15 minutos por necesidades de retransmisión), convirtieron la fiesta del Barça en la fiesta de los niños, y de niños habían muchos en el campo.. Catalanes y extranjeros, afincados y de paso, niños de todas las edades que pudieron vivir una jornada diferente. Muchos niños y muchas camisetas!

Es evidente, esta es solo una muestra de que lo que nos prometió Sandro en su campaña electoral no solamente es posible, sino que no queda olvidado una vez elegido presidente. Habrá que esperar a que se cumplan los deseos de aquellos socios que expresaron sus deseos  durante aquellos 2 años de peregrinaje por las peñas.

Pero de momento algo hemos conseguido. Los que vivimos el Barça no solamente como un acontecimiento deportivo, sino como unos valores y un momento para compartir con nuestros hijos, hemos conseguido que la fiesta del Barça sea accesible también a ellos.

Ya lo dije en su día. Sandro, serán un buen presidente.

Written by Marco Cimino

agosto 26, 2010 at 2:49 pm

Notas de viaje

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Lamentablemente estoy disfrutando mis últimas horas de vacaciones. Mañana, a primera hora, pondré rumbo a la oficina para volver a la realidad, este año más cruda que nunca. bueno, esto de hecho lo digo cada año, es que uno no para nunca de quejarse 🙂

Durante 3 maravillosas semanas he disfrutado de la familia, tiempo para compartir con los hijos (en calidad y cantidad), con los amigos, algo de trabajo (que nunca te permite desconectar totalmente), mucho sol, lecturas, arena, mojitos, arroces, música, alguna siesta, bicicleta, caminatas, mar, agua, etc etc.. vamos, lo necesario para recargar las pilas y volver para enfrentarse con el último trimestre del año, el «monstruo» capaz de darte enormes alegrías (si las cosas salen como o mejor del previsto) o tremendas decepciones (si finalmente no se cumplen los objetivos marcados para el año).

Pero este año, además, me he dedicado a «observar». He planteado dedicar parte de mi tiempo libre en vivir mi vida desde el exterior, como observador de mi mismo y de las personas que me rodean, como si se tratara de extraneos. Sin la presión de tener que tomar decisiones (que normalmente es lo que me pasa el resto del año) me he limitado a «apuntar» en una libreta virtual mis observaciones con el objetivo de acumular información, clasificarla y dibujar un «mapa» de todo lo que me rodea.

He observado a mi entorno más próximo, los amigos, las personas en general, a mi mismo y mi manera de reaccionar delante de los demás y de las situaciones, en distintos momentos, simplemente recopilando la información para crear una especie de «cuaderno de notas» como el que Bruce Chatwin utilizaba en sus viajes: un moleskine!

Un ejercicio divertido y incluso a veces sorprendente que me ha ayudado a confirmar cosas que siempre he sabido y nunca he querido admitir (si, es cierto soy un testarudo de primera 🙂 ) y que me ayudará en el futuro, una vez regresado al período en el cual de manera ineludible estamos obligados a tomar nuestras decisiones, a entenderme mejor. Toda esta información ahora está allí, conectada, a la espera de una chispa que provoque lo inevitable: la r-evolución, el reinventarse diario, el sobrevivir, la materialización de las ideas, los proyectos, los sueños.

A todos los que tengáis la suerte de comenzar vuestras vacaciones mañana, no perdáis la ocasión de crear vuestro proprio moleskine!

a todos los que, como yo, mañana volvéis a la realidad…. si tenéis la ocasión de pasar por Sant Cugat, os invito a café! 🙂

Written by Marco Cimino

agosto 22, 2010 at 11:22 pm

Publicado en personal, reflexiono

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mira con tus propios ojos

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Me inspira un post de Mauricio Santambrosio, el espejo del diablo, que con su habitual sentido común analiza aquellas empresas que se rigen por una imagen  construida y proyectada pos un espejo que por su verdadera imagen, la que nos atribuye el mercado.

Lamentablemente nunca somos lo que somos, sino lo que el mercado cree que somos. Y nuestros esfuerzos deberían dirigirse en demostrar al mercado lo que queremos ser para que nuestra imagen se consolide de forma coherente con nuestros propósitos.

En su post, Mau, habla contundentemente de los directores de marketing que declaran que su empresa ofrece un «inmejorable proporción ente calidad y precio», y aún peor de los que añaden «y además es cierto», como si ellos mismos no creyeran en su propia mentira. No se trata de decir, sino de actuar. Se trata de diseñar una estrategia que posicione nuestros productos que sea coherente con lo que creemos que somos y sustentarla con acciones dirigidas a «probar» que lo que queremos ser es totalmente cierto.

Solo de esta forma conseguiremos transmitir nuestra verdadera esencia, más allá de la imagen que nosotros mismos hemos creado y proyectado en «los espejos del diablo».

Pero las empresas pequeñas tenemos un doble problema; romper los espejos del diablo para proyectar nuestra imagen verdadera y romper nuestro corazón para marcar un mínimo de distancia con la criatura que nosotros mismos hemos creado.

Los CEOs, emprendedores, fundadores de proyectos empresariales normalmente nos movemos por una componente económica (evidentemente) y por una componente emocional. El proyecto que estamos creando es parte de un sueño, un maravilloso sueño sobre el cual nos volcamos en alma y cuerpo porque aquello representa un trozo de nuestra propria vida.

Pero existe una posibilidad, remota pero mucho mas grande de lo que solemos imaginar: que nuestra visión no sea la correcta! O, sin destrozar nuestro EGO, que nuestra visión no sea lo suficientemente empresarial para sustentar nuestro proyecto a largo plazo. O simplemente que no hayamos tenido aquella pequeña cantidad de suerte que en todo proyecto se necesita para superar los baches.

En ese caso, no tan remoto, nuestro corazón, nuestra pasión por lo que hemos construido, a veces representa nuestra propria ruina. La incapacidad de reconocer nuestra falta de visión y confiar en otras personas (colaboradores, empleados, asesores, consultores, especialistas, etc..) para que nos ayuden a diseñar una estrategia que ayude a completar nuestra visión y a garantizar el sustento de nuestra compañía en el tiempo.

Estamos acostumbrados a regirnos por nuestro instinto, por nuestro conocimiento y creemos que la experiencia y el conocimiento del producto y del mercado lo es todo, y a veces cuando las magnitudes se hacen grandes, no es exactamente así.

Creerme el darse cuenta de que solos no podemos llegar no es tan fácil y representa muchas veces un ejercicio de humildad importante.

Dejar de ver con los ojos de nuestro corazón y ver las cosas con nuestros proprios ojos..

Desde las temperaturas tórridas, las arenas y las aguas del infierno en el que me encuentro… un feliz verano a todos 🙂

Written by Marco Cimino

agosto 12, 2010 at 3:16 pm

tu blog, paso a paso

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De hecho tu blog paso a paso es el nombre de un libro de Eva Sanagustín que os guiará en la iniciación al blogging de una forma sencilla y eficaz. Os aconsejo su lectura si estáis pensando crear vuestro proprio blog. Pero las insistentes preguntas de una amiga, a la que estoy ayudando a crear su primer blog, me han llevado hasta aquí: recopilar en un post las cosas que he aprendido en estos dos años (o quizás tres…) de experiencia «bloguera». En ningún caso con el espíritu de convertirme en un gurú del tema, ya sabéis que un gurú verdadero lo es de nacimiento y por lo tanto estos dos (o tres) años de experiencia por muy intensa que sea nunca me convertirán en un verdadero maestro del blogueo (fiuuuu, que alivio 🙂 ). Más bien con el espíritu de compartir algo; ya que antes o después tendré que contestar a sus emails.. pues lo mejor es aprovechar el trabajo y compartirlo con quienes quieran conocer lo que ha aprendido uno. 🙂

En primer lugar, decide para que quieres un blog. Pero, sin trampas que ya nos conocemos… Si verdaderamente perteneces a aquella categoría de personas que quieres escribir un blog única y exclusivamente por el placer personal de escribir, entonces no te interesa lo que viene a continuación. Si por contra, a parte del placer personal queremos que un grupo más o menos nutrido de lectores alimente nuestro EGO, pues quizás puedas encontrar interesante lo que voy a explicar a continuación.

Ahora, lo mejor de lo mejor es cuando queremos un blog para compartir nuestras experiencias. En este caso todo lo que os voy a explicar os ayudará a alcanzar vuestro objetivo: compartir!

En segundo lugar, elige la temática. Las personas en la red se juntan por intereses comunes, por afinidades. Es mucho más eficaz capturar la atención de los lectores si nos dedicamos a escribir principalmente sobre un tema (marketing, libros, viajes, etc..) que si nos dedicamos a divagar entre distintos argumentos sin ton ni son. Sin focalizar acabaremos «mareando» a nuestros lectores con argumentos a veces de interés y otras veces sin ningún interés para ellos, provocando que no sigan nuestra actividad. Si centramos nuestros escritos (posts) en una temática concreta será mucho más fácil crear un grupo de fieles fans de nuestra bitácora.

En tercer lugar, elige la plataforma. En base a mi experiencia, WordPress es una muy buena opción, pero hay otras igualmente validas. A partir de aquí, empieza a escribir teniendo en cuenta:

Periodicidad: un buen punto de partida es 1 post a la semana. Lo ideal es publicar más veces por semana para incrementar el número de visitas, pero lo realmente importante es poder asumir el compromiso con el lector. Si no estás seguro de cuánto tiempo podrás dedicar a publicar, empieza con una publicación semanal e intenta mantenerla. Si te ves capaz de aumentar el número de publicaciones, hazlo intentando mantener ese ritmo. El ritmo es muy importante, ya que crea adicción y costumbre por parte del lector  a esperarse un cierto número de publicaciones en un período de tiempo.

También muy importante es el día de la semana en el cual publicas. Intenta hacerlo siempre el mismo día, a ser posible que no sea en fin de semana. La razón, otra vez es crear costumbre en tus lectores a visitar tu blog de forma periódica. Entre los días más «resultones» los martes y miércoles. Si pensamos en el perfil de lector (persona que se nutre de contenidos principalmente en horario laboral y compatiblemente con su carga en el trabajo), resulta fácil entender que el lunes no es el día más adecuado (normalmente es el día en que planificamos la actividad de la semana) y que el viernes tampoco es el mejor día (ya que normalmente tenemos temas pendientes a liquidar antes de que acabe la semana). Así que de martes a jueves es una buena opción. Por la misma razón, la mañana parece el mejor momento, ya que así nuestro lector podrá aprovechar la pausa comida para ojear nuestro blog.

Resumiendo, cuando más publiquemos mejor, siempre y cuando seamos capaces de mantener el ritmo de publicación.

Contestar los comentarios: Si realmente nuestro objetivo es compartir nuestras experiencias, es fundamental contestar a todos los comentarios que recibimos en nuestro blog.

A parte de una costumbre de buena educación (aunque sea para agradecer la participación), las respuestas crean conversación, y la conversación facilita el poder compartir. Y compartir, no hace falta que os lo diga yo, es aprender.

Normalmente es buena costumbre dedicar un ratito cada día para contestar los comentarios. Para facilitar el trabajo (para wordpress), os podéis descargar las respectivas aplicaciones para iPhone o para BlackBerry que os permitirán escribir directamente desde vuestro smartphone.

Longitud de los posts: No existe una fórmula mágica. En este caso yo aplicaría el sentido común. Si el perfil de los lectores del blog corresponde a personas que dedican en horario laboral un tiempo para leer y estar al día, deberíamos ser los suficiente concisos para permitirles que lean nuestros posts. Yo intentaría quedarme por debajo de los 10 minutos de lectura para cada artículo.

Una práctica que puede resultar muy útil es indicar en el subtitulo del post el tiempo aproximado necesario para su lectura, o como mínimo si el post necesita un tiempo superior a los 5-10 minutos. De esta forma ayudamos el lector a decidir si leer nuestro artículo o bien si “marcarlo” para lectura a posteriori, en cuanto dispongan del tiempo necesario para hacerlo.

No hay nada que haga más rabia que empezar a leer y darse cuenta, sobre la marcha, que no se dispone del tiempo necesario para acabar la lectura.

Dominio personal: Es muy recomendable reservar el dominio personal del autor del blog o bien el nombre proprio del blog. Es una forma de “humanizar” nuestra presencia en internet a la vez que construimos nuestra marca personal.

Un blog que tiene como dominio el nombre del autor, además, facilita su posicionamiento en los buscadores.

Referencias a otras fuentes: Es absolutamente obligatorio citar y linkar correctamente las fuentes que citemos en nuestros artículos. De esta manera no solo evitaremos problemas, sino mejoraremos nuestra imagen y nuestro posicionamiento en internet.

Fotos: También es buena práctica el acompañar nuestros escritos con una foto, que pueda recordar la temática del post o bien, si hacemos referencia a una marca o por ejemplo a un libro, simplemente representar el logo de la marca o la portada del libro. La utilización de imágenes suaviza el efecto “todo texto” que puede generarse cuando hay demasiada letra en una página web, que muchas veces dificulta su lectura.

Cómo promocionar mi blog: La forma más sencilla es aprovechar nuestra presencia en las redes para promocionar nuestra actividad. Linkar nuestro perfil en Facebook  (si disponemos de uno) para promocionar nuestras entradas, dando de alta nuestro blog en la aplicación NetworkedBlogs de Facebook.

De la misma forma daremos de alta el blog en nuestro perfil de Linkedin, sugiriendo además nuestros artículos a aquellos grupos en los que estemos suscritos que tengan una temática inherente a nuestros escritos.

Finalmente podemos utilizan nuestra participación en otras redes sociales, como por ejemplo Twitter, para “anunciar” a nuestro grupo de seguidores la publicación de nuevos artículos.  En este caso, pero, tendremos que valorar el esfuerzo adicional que supone nuestra presencia en una red social como twitter (si no estamos todavía en ella). De hecho no nos va a ser demasiado útil el estar en twitter solo para promocionarnos si previamente no somos capaces de crear una red de contactos, y esto nos va a costar un tiempo y un esfuerzo.

Finalmente existen agregadores de blogs o portales de noticias y publicaciones, como por ejemplo wikio.com, bitacoras.com, alianzo.com y muchos más

Os aconsejo la lectura de este post de Javier Perez que nos da 30 ideas para promocionar nuestro blog.

Idiomas: Muy interesante también la posibilidad de publicar en varios idiomas. Si tenemos la posibilidad de hacerlo, nosotros mismos o a través de algún traductor,  podremos ampliar nuestro grupo de lectores dirigiéndonos a un colectivo más amplio. Como siempre aplicar el sentido común: no quieras hacer más de lo que puedas hacer realmente.

En fin, espero que os sirva de algo… ¿os atrevéis a publicar vuestro proprio blog?

Written by Marco Cimino

agosto 9, 2010 at 1:44 am

Publicado en personal, Social Media

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Desconectarse es morir

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Más que un post, quiero simplemente pensar en voz alta.

Esta mañana me he levantado con la intención de escribir un post titulado «cerrado por vacaciones«, comentando que empieza el periodo vacacional, la mente necesita un descanso, el cuerpo necesita algo de ejercicio físico y que en resumidas cuentas, aunque algo seguramente caería (una foto en Facebook o Posterous, aquello de «kit básico para algo especial».. un comentario fugaz en twitter..), se reduciría la actividad en la red y sobretodo se cerraría el blog hasta la vuelta de septiembre.

También, como se acostumbra a hacer por navidades / año nuevo, me había propuesto el preparar una lista de buenos propósitos para la vuelta de las vacaciones; con la ventaja, respeto a las navidades, de poderlos reflexionar y madurar en las 3 semanas de descanso y poder volver con las ideas muy claras de cómo realizarlos.

No había acabado la lista, simplemente había definido 3 áreas de actuación: un propósito a nivel profesional, posiblemente relacionado con algo de innovación, alguna idea o proyecto interesante para trabajarlo a la vuelta de las vacaciones; otro propósito que le haga especial ilusión a un ser querido y , por último, algo mío, personal, que me alimente la ilusión y me llene el depósito de gasolina para el sprint final hasta diciembre.

Pero hoy, posiblemente me he levantado poeta.. muchas veces me levanto tonto, casi siempre me levanto alegre… y unas pocas (gracias a Dios), lo hago en formato poeta.

Y he pensado… podemos pedir a nuestro cuerpo que deje de respirar? podemos pedir al sol que deje de iluminarnos? podemos pedir a un enamorado que deje de amar? podemos pedir a un niño que deje de soñar?

Por la misma razón, NO podemos pedir a una criatura digital (en ese caso yo) que se quede desconectado 3 semanas!!

O sea que, nada de cerrado por vacaciones, seguimos por aquí!!

Feliz verano a tod@s!

Written by Marco Cimino

julio 22, 2010 at 11:40 am

Madre mía, el lío en el que me voy a meter..

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Si, ya se que me voy a meter en un terreno peligroso, con el riesgo de que me etiqueten de visionario (en el peor de los sentidos), charlatán, hipócrita, simplista, filósofo de pacotilla, egocéntrico, falso guru y todo lo peor que se pueda uno esperar.. pero lo voy a hacer igualmente.

Os voy a hablar, desde la experiencia de los sentimientos, de la necesidad de adaptarnos a las circunstancias, a la importancia de desarrollar nuestra propia capacidad de adaptación a los cambios. Nuestra «resiliencia«.

Todo nació hace unos días, en la playa. Compartíamos reflexiones con una amiga, Esther, que nos comentaba de la posibilidad de dar un giro radical a su vida (y a la vida de su familia), trasladándose al extranjero para una experiencia profesional. Y en concreto de cómo esta posibilidad se vivía desde distintos miembros de la familia, con enfoques diferentes y contrastantes. En un momento económico y social como el actual, resulta no solo bueno sino incluso necesario que en todo momento nos replanteemos nuestras vidas, nuestros roles. Que en todo momento intentemos reinventarnos, a nivel personal y profesional, para garantizar nuestra supervivencia, en búsqueda de la «felicidad». El ejemplo que nos planteaba Esther es un ejemplo claro de reinvención…. r-evolución. Saberse adaptar al momento. Mudarse a la otra parte del mundo y volver a empezar.

Por un lado, un cambio tan radical (como el trasladar nuestra vida a 15.000km de distancia) es una forma perfecta de volver a empezar. Si nos encontramos en la necesidad de realizar cambios importantes en nuestra vida, siempre estaremos condicionados por nuestro propio entorno. Desde los amigos, la propia familia, nuestros hábitos, incluyendo nuestra comodidad o nivel de vida que hayamos alcanzado hasta el momento. En definitiva nuestra estabilidad. Lo que en condiciones normales consideramos una ventaja, nuestra posición social en definitiva, se convierte en un freno a la hora de plantearnos cambios radicales. El cambiar nuestro entorno facilita de alguna manera el que podamos incluso renunciar a todo lo que estamos acostumbrados, dándonos la posibilidad de concentrarnos en lo que realmente importa. A 15.000km de distancia, volviendo a empezar, todo podría ser diferente incluso con una cierta facilidad.

Por otra parte la resistencia al cambio. Dejar parte o la totalidad de nuestras «certezas» como la familia, los amigos, la tierra, el entorno, el trabajo, aquel jefe que nos amarga pero al mismo tiempo nos sirve de referencia. Todos estos son elementos de estabilidad que en un momento de grandes cambios pueden resultar inhibidores de nuestras decisiones. El proceso de cambio es un proceso obligatorio en nuestras vidas. Tanto el lo personal como en lo profesional debemos cuestionarnos constantemente para intentar mejorar nuestra situación y mejorarnos como personas, en lo individual y en lo social. Y cambiar siempre supone dejar algo a tras, algo que a veces nos duele (y por lo tanto el dejarlo atrás se supone una mejora) pero otras veces es algo que queremos, que estimamos y por lo tanto el dejarlo atrás nos va a suponer esfuerzo y un dolor inevitable.

Y si no tuviésemos ninguna alternativa? Y si estuviésemos obligados a cambiar nuestra vida? No vivamos el cambio como una obligación, más bien como una escapatoria. Saber asumir que hay que cambiar como una parte natural de nuestro proceso vital nos ayuda a asumir que en determinados momentos es necesario pasar por fases de cambio (y posiblemente de dolor) para poder mejorar y mejorarnos. Quien no es capaz de asumir esto quedará estancado en su posición, sin posibilidad de adaptarse a un mundo cada día distinto.

Retomaba en estos días «la buena crisis» de Alex Rovira, un libro que justamente habla de esto, del cambio, del dolor y de como reinventarse a uno mismo. Reinventarse para sobrevivir. Y paralelamente (gracias a mi amiga Esther) me emocionaba con la historia de Randy Pausch (explicada en su Last Lecture en la Universidad de Carnegie Mellon). La tremenda historia de un profesor universitario al cual diagnosticaron un cáncer de páncreas, que dedicó su última clase magistral en la universidad a explicar cómo conseguir los sueños que cada uno de nosotros tenemos de niños.

Bueno, y dicho todo esto.. finalmente llego a las mismas conclusiones, y esto me tranquiliza porqué significa que no iba mal encaminado.Y las quiero compartir con vosotros.

Diseña tus propios sueños. Más allá de los típicos sueños de niños, que para algunos son sueños de verdad (ser bombero, astronauta, etc), no dejes de soñar y no dejes de definir que quieres ser cuando seas mayor.

Lucha por ellos. No dejes que se queden simplemente en sueños. No te conformes con lo que tienes, sino no descanses hasta mejorarlo. Ten en cuenta que los sueños fáciles de conseguir no existen, los ingredientes siempre son los mismos: Pasión, Perseverancia, Esfuerzo, Humildad. La pasión es la gasolina que te permite aguantar el recorrido, la perseverancia te ayuda a superar las dificultades, el esfuerzo es el precio que hay que pagar para la recompensa final y la humildad es lo que nos permite aprender de nuestros errores y volver a comenzar para alcanzar nuestro sueño.

Disfruta. Lo importante no es llegar, sino el camino. Si eres consciente de ello, podrás disfrutar cada día de los que estas haciendo, sin importar el esfuerzo necesario y superando los obstáculos que seguramente encontrarás por el camino. Si disfrutas de los que estás haciendo estarás contento hasta en los momentos más difíciles; y tu alegría se contagiará a las personas que están a tu lado, mejorandoles su confianza, autoestima y aptitud general.

Comparte. No pretendas hacer el camino solo. Somos animales sociales, necesitamos a los demás para compartir, aprender, ayudar y ayudarnos. Cuando intentamos mejorarnos deberíamos dedicar nuestro tiempo también a mejorar los demás. No podemos pensar únicamente en nosotros, en lo individual. Lo social, lo colectivo también necesita cambiar, evolucionar, mejorar sino ….

Aprende. El ejercicio del aprendizaje es un ejercicio continuo. Nunca des por descontado nada, nunca creas que no hay otra forma de hacer las cosas. Nunca te rindas delante de una evidencia. Descubre, investiga, aprende, equivocate. Es parte del juego. Equivocarse nos ayuda a mejorar y alcanzar nuestros sueños. Quien no se equivoca no decide nada en su vida, simplemente asume pasivamente los acontecimientos.

Juega. Cuando somos niños reunimos todos los elementos anteriores. Tenemos sueños, luchamos por ellos, somo curiosos, queremos aprender… Juega, es la mejor manera de seguir niño.

Nada más, simplemente necesitaba compartirlo. Gracias por escucharme.

Written by Marco Cimino

julio 14, 2010 at 3:51 pm

¿cómo las redes sociales cambiarán nuestra vida (profesional)?

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Desde hace unos días la interficie de nuestro CRM corporativo, SalesForce, presenta una novedad interesante: Chatter. Chatter es una especie de microblog que se alimenta manualmente respondiendo a la pregunta ¿En qué estás trabajando? (¿os suena?  🙂 ) o bien automáticamente en base a las acciones que realizamos sobre cuentas, contactos, oportunidades y tareas de nuestro escritorio de trabajo.

Chatter, además, permite tener una visión del perfil de cada usuario y de sus habilidades, similar a Linkedin, conocer sus últimas actividades y navegar por la red de seguidores y seguidos , en definitiva su red de contactos, similar a twitter. Por último (last but not least) es posible intercambiar ideas con los demás usuarios de la organización y potencialmente con toda la comunidad de usuarios y desarrolladores de la plataforma Salesforce.

Chicos, agárrense que vienen curvas! Por fin hemos roto la barrera entre la colaboración (en su versión más actual, la del software social) y las herramientas orientadas a la ejecución de procesos de negocio de la empresa.

Por fin estamos entendiendo que las herramientas de colaboración de última generación no son artilugios infernales destinados a una minoría de frikies que dedican su jornada laboral a procrastinar  (perder el tiempo) hablando del talento, la innovación y la gestión del conocimiento, mientras otros trabajan duramente para llevar los dineros a casa… por fin estamos entendiendo que la colaboración está a la base de la innovación y que lo que estamos aprendiendo en las redes sociales debe ser aplicado al mundo empresarial, porqué el resultado de la empresa no está en las manos de 4 directivos brillantes que lo saben todo, sino es el resultado de todos y cada uno de los que componen la cadena del valor en una empresa.

Por fin estamos rompiendo las barreras que hay entre los que piensan y los que ejecutan, porqué quien ejecuta muchas veces es el que conoce más de cerca el negocio y los clientes, y por lo tanto tiene el criterio necesario a la hora de aportar ideas. Por fin estamos rompiendo las paredes de nuestras oficinas para practicar el crowdsourcing en beneficio de todos, y por fin estamos entendiendo que lo importante no es el conocimiento en sí, cuanto las personas que añaden criterio y ponen en contexto dicho conocimiento. Aquello de «la información es poder» ha pasado a la historia… las personas somos poder y volvemos a tener nuestro justo protagonismo gracias a la socialización de nuestro trabajo, retornando en su totalidad la responsabilidad de la procrastinación a la maquina del café, cigarros y similares. 🙂

Por fin hemos entendido el error que se ha cometido durante muchos años: el centro del conocimiento y la innovación NO es la información, en todas sus formas conocidas. Durante muchos años hemos digitalizado, clasificado, ordenado, clasificado, indexado montañas de papel que la mayoría de las veces se acaba pudriendo en esos campos blob de nuestros sistemas documentales. Ahora nos hemos dado cuenta que el verdadero conocimiento, la verdadera innovación está en las personas. Y estas no hay que digitalizarlas, clasificarlas, indezarlas, ni convertirlas en Matrix, sino simplemente proveerle de mecanismos que les permitan comunicarse y compartir ideas, dentro y fuera de la empresa. Los mismos mecanismos que estamos utilizando a diario en nuestra vida personal para compartir momentos, emociones, afinidades con nuestros amigos, conocidos o desconocidos en la red.

A partir de ahora me espero que ya no existan plataformas empresariales y herramientas de colaboración, sino sistemas de software permitan la ejecución de procesos de negocio y la colaboración a la vez. Que nuestross SAPs, Siebels, JDEdwards, Oracles, Movexs, se preocupen por nosotros preguntándonos ¿en qué estás trabajando ahora?

Por fin, bienvenidos a la R-evolución! 🙂

Yo confieso que soy fan de…

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Un meme es algo te te llega de forma inesperada.. no te lo esperas y no esperas que pidan tu opinión acerca de aquello o lo otro.. es una prueba de confianza, es un reto que no puedes evitar, es… vaya, me estoy convirtiendo en sentimental… será la edad?

Jaime (o Borja, o los dos… nunca sé con quien estoy hablando 🙂 ) lanzó hace unos días un meme, de la categoría #yoconfieso, para hablar de las marcas de las cuales nos consideramos fans. Allá voy!

Apple: lo sé, no soy nada original pero me confieso un Appledependiente. Diseño, usabilidad, experiencia de usuario, prestigio, exclusividad, capacidad de diferenciarse. Soy un tecnólogo pero a Apple puedo perdonarlo todo. E cuando digo todo es TODO!

Audi: independientemente de poder o no poder adquirir un vehiculo Audi, también me considero un Auddict! Seguridad, diseño, tecnología, fuerza, medioambiente, servicio al cliente… toda una experiencia digna del reconocimiento eterno. A un Audi le puedes perdonar todo, incluso que te deje tirado en la carretera (evento bastante improbable).. un día malo lo tiene cualquiera 🙂

Fundación Vicente Ferrer: por su capacidad de hacer vivir en primera persona los proyectos humanitarios que llevan a cabo, a miles de kilómetros de distancia. La calidad y cantidad de detalles, y la intensidad de las emociones que provoca el apadrinar a un niño/niña de la India.

y por último, una marca personal: Mau Santambrosio. Si, también una marca personal es una marca.. La calidad de las aportaciones de Mau a la comunidad es tremenda, todo un lujo seguirlo y pertenecer a su red de contactos. También a una marca personal se le perdona todo? mmmm tenemos tema para otro meme! 🙂

Bueno, me toca pasar la pelota.. @javiervelilla , @fgrau y @rafaosuna , a vosotros el testigo!

Written by Marco Cimino

junio 30, 2010 at 6:55 pm